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giovedì, 5 Febbraio 2026

Iran Khamenei Allerta: L’Incredibile Strategia del Silenzio (Che Non Funziona)

Quando il regime alza il volume della repressione perché la piazza urla troppo forte

La Stoccata di VelAliter:
“Provare a spegnere un incendio con la benzina è da pazzi, ma in Iran lo chiamano ‘gestione dell’ordine pubblico’.”

C’è qualcosa di tragicamente ironico in quello che sta succedendo a Teheran. Mentre il mondo guarda altrove, distrattosi magari dall’ultimo gossip reale o dalla nuova serie su Netflix, la situazione tra Iran, Khamenei e l’Allerta massima è tornata prepotentemente sulle scrivanie delle cancellerie occidentali. La Guida Suprema, Ali Khamenei, ha ordinato di alzare il livello di guardia. Tradotto dal burocratese teocratico: preparate i manganelli, perché la gente ha ricominciato a chiedere quella cosa fastidiosa chiamata libertà.

Ascolta o guarda l’episodio:


L’Allerta di Khamenei per l’Iran: la paura fa novanta (anni)

Non è un mistero che il regime dei Mollah stia invecchiando male, un po’ come un formaggio lasciato al sole nel deserto del Lut. Le nuove proteste che stanno infiammando le piazze non sono dirette da agenti stranieri, come ama ripetere la propaganda di stato, ma nascono dalla pancia (vuota) e dal cuore (spezzato) di una generazione che non ne può più. L’ordine di massima allerta diramato da Khamenei dimostra una sola cosa: la paura. Non la paura dei manifestanti, ma la paura dei manifestanti. Quando un regime militarizzato fino ai denti teme delle ragazze che si tolgono il velo o dei ragazzi che ballano per strada, significa che le fondamenta del palazzo stanno tremando.

Il paradosso della repressione silenziosa

Il vero cortocircuito logico nella gestione dell’Iran da parte di Khamenei e dell’Allerta sicurezza sta nella convinzione che il silenzio imposto equivalga alla pace. È la logica del genitore autoritario che dice “finché vivi sotto il mio tetto, fai come dico io”, dimenticando che i figli, prima o poi, crescono e il tetto rischia di crollare. Bloccare internet, arrestare gli attivisti, oscurare le notizie: sono tutti tentativi disperati di fermare il tempo. Ma il tempo scorre, e l’Iran del 2026 non è quello del 1979. Cercare di governare la generazione Z con le regole del Medioevo è come cercare di installare un software moderno su un computer a carbone: non solo non funziona, ma rischi di far esplodere tutto.

Conseguenze: un futuro blindato (e triste)

Se la risposta continuerà ad essere solo muscolare, il futuro dell’Iran si prospetta cupo. Immaginiamo uno scenario in cui, per prevenire ogni dissenso, il regime vieti direttamente l’interazione umana. “Vietato parlarsi per strada, vietato guardarsi negli occhi, vietato sorridere senza autorizzazione scritta del Ministero della Tristezza”. L’Iran diventerebbe un enorme monastero silenzioso, dove l’unico rumore ammesso è quello degli stivali dei Basij che marciano. Oppure, scenario opposto: la pentola a pressione, a forza di tappare la valvola, salterà per aria. E quel giorno, non ci sarà allerta di Khamenei che tenga. Fino ad allora, il popolo iraniano continua a darci una lezione di coraggio che noi, comodamente seduti sul divano, dovremmo appuntarci sul cuore.


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