Il corto circuito che indaga i Poliziotti mandati a Rogoredo
La Stoccata di VelAliter:
“In Italia la professione col miglior livello di tutela legale è lo spacciatore. Indossare una divisa è solo un’aggravante.”
Nell’affascinante labirinto burocratico della giustizia italiana, capita sempre più spesso di assistere a rovesciamenti di prospettiva degni dei migliori quadri di Escher. La notizia dei cinque Poliziotti indagati a seguito della morte di un presunto pusher durante un arresto nel famigerato boschetto di Rogoredo a Milano, ha riacceso le polemiche su un sistema che sembra progettato apposta per paralizzare chi dovrebbe garantire la sicurezza. Una vicenda che solleva pesanti interrogativi: fino a che punto lo Stato protegge coloro che invia in prima linea a scontrarsi con il degrado assoluto?
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Il Fatto: L’arresto mortale
Il boschetto di Rogoredo non è certo noto per le scampagnate domenicali, ma per essere una delle piazze di spaccio a cielo aperto più violente e complesse d’Europa. Durante un’intensa operazione di polizia volta a scardinare la fitta rete di criminalità locale, il tentativo di fermare un sospetto spacciatore è sfociato in tragedia con la morte dell’uomo. Immediatamente, come da rigido ma spietato protocollo, la Procura ha iscritto nel registro degli indagati i cinque agenti intervenuti. Quella che doveva essere una pericolosa missione di bonifica si è tramutata nell’inizio di un calvario giudiziario ed esistenziale per chi indossava la divisa.
Il Paradosso: Vittime e Carnefici ribaltati
Il paradosso strutturale in cui viviamo è accecante. Lo spacciatore che avvelena quotidianamente migliaia di vite umane in un parco pubblico, appena viene fermato, acquisisce magicamente lo status intoccabile di vittima fragile e vulnerabile del sistema. Di contro, l’agente sottopagato che rischia la coltellata per ripulire quello stesso parco viene automaticamente inquadrato come un violento potenziale carnefice da inquisire. Non c’è margine di errore per le forze dell’ordine: un movimento sbagliato nel fango di Rogoredo e sei rovinato a vita. È l’apoteosi del garantismo a senso unico, dove l’unico colpevole certo è sempre lo Stato.
La Conseguenza: Salotti itineranti e the caldo
Se il rischio di finire indagati per omicidio è la prassi di ogni intervento in zona calda, la reazione fisiologica delle forze dell’ordine sarà la ritirata strategica o l’adeguamento paradossale. A breve i poliziotti si rifiuteranno di usare le manette o la forza fisica. Al prossimo blitz a Rogoredo, le volanti arriveranno equipaggiate di tavolini pieghevoli, comode poltrone e termosifoni portatili. Gli agenti inviteranno gli spacciatori a sedersi, offriranno loro una corroborante camomilla calda e cercheranno di convincerli a smettere di delinquere leggendo loro brani selezionati di poesia contemporanea. Il crimine non si ferma con la forza, ma col senso di colpa e tanti buoni sentimenti.
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🔎 Approfondimenti
- Corriere della Sera: Rogoredo, cinque poliziotti indagati per la morte del pusher
(La triste normalità di chi lavora nell’inferno e si becca pure l’avviso di garanzia). - Il Giorno: Il dramma senza fine del boschetto della droga
(Un ecosistema criminale dove la legge fa troppa fatica ad entrare). - Repubblica: La rabbia dei sindacati di Polizia: “Così non si può lavorare”
(Ed hanno perfettamente e tragicamente ragione). - 📰 Rassegna Stampa Completa: Leggi tutti i temi del giorno
