L’annuale disamina del World Economic Forum sul Gender Gap globale presenta, nella sua più recente iterazione, delle peculiarità metodologiche tali da suscitare perplessità e interrogativi sulla sua effettiva attendibilità. La posizione attribuita all’Italia, relegata a un deludente 85º posto globale, è l’emblema di un approccio che pare privilegiare la forma sulla sostanza, generando una graduatoria che, a un esame più attento, rivela delle incongruenze quasi paradossali e si presta a interpretazioni controverse.
Le Fallacie Economiche nel Misurare il Gender Gap
L’indicatore sulla partecipazione economica offre un quadro sconcertante. L’Italia si ritrova declassata al 117º posto, una posizione che la vede alle spalle di economie assai più fragili. L’arcano risiede in un criterio di valutazione che non pondera la qualità dell’impiego o la ricchezza prodotta, bensì la mera percentuale di partecipazione femminile. Tale paradigma conduce all’aberrante risultato per cui nazioni con un PIL pro capite esiguo ma con una recente inclusione delle donne in settori lavorativi di base, come quello minerario, ottengono punteggi encomiabili. Si celebra, in sostanza, una parità nella precarietà piuttosto che un effettivo progresso socio-economico.
Istruzione e Salute: Il Paradosso Matematico del Gender Gap
Sebbene l’Italia sfiori la perfezione nel campo dell’istruzione con un punteggio di 0,998, l’algoritmo la posiziona soltanto al 51º posto. La ragione è un misterioso criterio di spareggio che non contempla il parimerito, penalizzando il Paese rispetto ad altri 35 che, con un punteggio pieno di 1.000, occupano la vetta. Ancora più capzioso è l’indicatore sulla salute: il punteggio nazionale è deteriorato da una maggiore aspettativa di vita femminile rispetto a quella maschile. La metrica, infatti, non misura il benessere assoluto, ma la disparità. In quest’ottica fallace, una nazione dove la mortalità maschile è più elevata, e dunque il divario con le donne si riduce, ottiene una valutazione migliore.
Il Gender Gap e il Potere Politico: Un’Analisi Superficiale
Il vero crollo si registra nell’empowerment politico, dove l’assenza storica di una leadership femminile prolungata condanna l’Italia. Sorprende, al contrario, trovare il Bangladesh ai vertici mondiali, unicamente in virtù dei lunghi decenni di governo di due figure femminili, senza alcuna considerazione per la qualità democratica o le derive clientelari che hanno caratterizzato tali esperienze. Il dato grezzo degli anni al potere prevale su ogni analisi qualitativa del contesto politico, trasformando la classifica del Gender Gap in un esercizio puramente numerico e privo di profondità analitica.

Per approfondimenti:
- Global Gender Gap Report 2025: Benchmarking Gender Gaps
La sezione metodologica del rapporto ufficiale spiega i criteri di calcolo dei quattro sub-indici (economia, istruzione, salute, politica), inclusa la logica “a favore del divario” nell’indicatore salute che premia le differenze di aspettativa di vita a sfavore degli uomini . - 123 anni per la parità di genere: il rapporto globale 2025
Approfondimento sul posizionamento dell’Italia (85° posto), con focus sulle criticità economiche (117° per partecipazione femminile) e sul paradosso dell’istruzione: nonostante un punteggio quasi perfetto (0.998), la classifica penalizza l’assenza di parimerito con altri 35 paesi . - Global Gender Gap Report 2025: l’analisi italiana
Sintesi in italiano dei dati WEF, con evidenza del crollo italiano nella partecipazione economica (-6 posizioni) e della logica che premia paesi come Botswana e Liberia per l’apertura di settori “ad alto gap” (es. miniere) alle donne, indipendentemente dal PIL . - Donne e lavoro in Italia: welfare e divari regionali
Analisi delle cause strutturali del gap economico: disparità salariale (27.3% nei ruoli manageriali), sovra-rappresentazione femminile nel part-time involontario (64.5%) e criticità nel Sud (tasso occupazione femminile al 56.5%) .