Nel grande teatro della geopolitica, dove ogni attore recita una parte più o meno convinta, l’Italia ha deciso di superare il concetto stesso di copione, improvvisando un’innovazione che entrerà negli annali: il dialogo con la Flotilla.
La gestione di questo caso delicato diventa così il palcoscenico ideale per un capolavoro di equilibrismo, una tecnica talmente raffinata da sfiorare l’ossimoro e superarlo con la grazia di un elefante in una cristalleria. Una mossa audace, già timidamente esplorata in altre analisi simili, ma mai con questa sfacciata eleganza.
Si tratta di un approccio che non cerca soluzioni, ma sublima il problema stesso, trasformandolo in una questione filosofica: esistere o non esistere? Partire o non partire? Essere un attivista o un turista nautico con ottime intenzioni?
Un dialogo con la Flotilla che fa acqua da tutte le parti
La trama, di per sé, sarebbe semplice, quasi banale nella sua linearità. Un gruppo di attivisti internazionali, animati da propositi umanitari, decide di sfidare un blocco navale per portare aiuti a Gaza.
Un’azione nobile, coraggiosa ma, oggettivamente, irta di pericoli, come sottolineato da diverse fonti internazionali. Ed è qui che si inserisce il genio italico. Cosa fa il nostro governo? Dialoga. Ma non si tratta di un dialogo qualsiasi, quello noioso fatto di negoziati, strategie e obiettivi. No, l’Italia inventa il “dialogo sconsigliante”.
Una conversazione il cui unico, dichiarato scopo è quello di convincere i propri interlocutori a non fare esattamente ciò che si sono prefissati di fare. È come assumere un personal trainer il cui metodo consiste nello sconsigliarti caldamente di sudare. È come ingaggiare un avvocato che, come prima mossa, ti suggerisce di dichiararti colpevole per evitare fastidi.
Il ministro Tajani, novello maestro di questa arte sopraffina, parla, ascolta, comprende e, con fare paterno, sconsiglia. Questo specifico dialogo con la Flotilla si configura quindi non come uno strumento di risoluzione, ma come un ansiolitico verbale somministrato a distanza. Protegge, a parole, gli attivisti dalla loro stessa missione, probabilmente sperando che un’onda anomala di buonsenso li faccia tornare indietro, magari giusto in tempo per l’aperitivo.
La politica del vorrei, ma anche no, però forse
Questa strategia non nasce dal nulla. Affonda le sue radici in un’antica e nobile saggezza italica: quella di voler essere presenti ovunque senza però partecipare davvero a nulla. È l’arte di ottenere la medaglia al valor civile senza mai scendere in battaglia.
Si vuole il merito dell’azione umanitaria, con annessa pacca sulla spalla dalla comunità internazionale, ma senza il fastidioso demerito di un potenziale scontro diplomatico. Si elogia pubblicamente il coraggio degli attivisti, ma si prega sottovoce che questo coraggio resti un concetto astratto, un potenziale inespresso, un argomento di conversazione da salotto.
È il trionfo del “vorrei ma non posso”, che diventa “potrei ma anche no, vediamo un po’ come si mette”. In questo contesto, il “dialogo sconsigliante” è la massima espressione di questa filosofia: l’arte di lavarsene le mani utilizzando l’acqua santa. Un gesto impeccabile nella forma, ma quasi comico nella sua trasparente sostanza.
Si manifesta una preoccupazione genuina per l’incolumità delle persone, che è lodevole, ma la si usa come scudo per mascherare una paralisi decisionale che è, a tutti gli effetti, una decisione essa stessa: quella di non decidere. Ogni dialogo con la Flotilla diventa un esercizio di stile, non di sostanza.
Il manuale non scritto della diplomazia all’italiana
Potremmo quasi immaginare un manuale. Regola numero uno: mai dire un “sì” o un “no” quando puoi usare un “vedremo”. Regola numero due: esprimi sempre la massima solidarietà per la causa, ma anche la massima comprensione per chi la ostacola.
Regola numero tre: se pressato, istituisci un tavolo di lavoro, possibilmente telematico. Il “dialogo sconsigliante” è il capitolo più avanzato di questo manuale. È una mossa da maestro di scacchi che, invece di muovere i pezzi, cerca di convincere l’avversario che la partita è, in fondo, solo un gioco.
Il risultato finale di questo dialogo con la Flotilla è un capolavoro di inazione presentata come azione. Si riesce nell’impresa di scontentare tutti con garbo: gli attivisti si sentono presi in giro, gli alleati internazionali vedono incertezza, e l’opinione pubblica resta a chiedersi quale sia, esattamente, la posizione del governo.
Ma forse, il vero obiettivo è proprio questo: creare un livello di confusione tale da rendere impossibile un giudizio netto. Se nessuno capisce cosa stai facendo, nessuno può dire che lo stai facendo male. Un altro dialogo con la Flotilla si è concluso con successo, ovvero senza concludere nulla. Geniale.
