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Sanzioni Francesca Albanese: un silenzio terrificante

Di fronte alle sanzioni a Francesca Albanese, relatrice ONU colpita dagli USA per aver toccato i profitti della guerra, l'Italia sceglie la via del silenzio-assenso. Una "vergogna indecorosa" che trasforma la diplomazia in servilismo e la dignità nazionale in una merce di scambio.

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Vignetta satirica sulle sanzioni a Francesca Albanese: un politico italiano con la bocca cucita dalla bandiera USA indica un contratto.
A volte, il silenzio non è d'oro. È solo a stelle e strisce.

C’è un’arte sopraffina che la politica italiana ha perfezionato nel corso dei decenni: l’arte del silenzio strategico. Non un silenzio di saggezza o riflessione, ma quel silenzio denso, quasi tangibile, che si adotta quando la convenienza suggerisce di guardare altrove. Il caso delle sanzioni a Francesca Albanese, relatrice speciale dell’ONU e cittadina italiana, è il capolavoro più recente di questa disciplina. Una “vergogna indecorosa”, come è stata definita, che merita di essere sezionata con la dovuta spietatezza.

Il crimine: aver toccato il portafoglio

Ricapitoliamo i fatti per chi si fosse distratto. Francesca Albanese non è stata sanzionata per aver espresso un’opinione al bar. È stata colpita da un meccanismo punitivo di stampo mafioso – congelamento di beni, isolamento economico – per aver redatto un report per le Nazioni Unite. Il suo peccato capitale? Non tanto aver parlato di genocidio, parola ormai svuotata dall’uso e abuso mediatico, ma aver fatto nomi e cognomi delle aziende, americane ed europee, che da quel genocidio traggono profitto. Ha trasformato un dibattito etico in una questione di bilanci. E quando si toccano i profitti, l’Occidente smette la maschera democratica e indossa quella del racket.

Gli Stati Uniti, con la delicatezza di un elefante in una cristalleria, hanno riesumato un ordine esecutivo di Trump per punire non un nemico, ma un funzionario internazionale che ha osato fare il suo lavoro. Un avvertimento chiaro: la verità è tollerata finché non minaccia il fatturato. Superata quella soglia, scatta la rappresaglia.

La risposta italiana: il patriottismo del fatturato

E l’Italia? La patria di Dante, del diritto, della diplomazia? Ha reagito con un’alzata di spalle collettiva. Un silenzio assordante, interrotto solo da qualche timido balbettio ministeriale per giustificare l’inazione. La linea difensiva è surreale: “Non è stata colpita come italiana, ma come funzionaria ONU”. Una distinzione cavillosa che serve a mascherare la cruda realtà: questo Paese ha deciso che la difesa di una sua cittadina vale meno dei contratti per la vendita di armi. E quali contratti! Mentre si tace sulla Albanese, si onorano le vecchie commesse militari con Israele, come candidamente ammesso dal nostro stesso Ministro della Difesa, in un sublime esercizio di ipocrisia. Le sanzioni a Francesca Albanese diventano così un problema altrui. È la dottrina del “non è di nostra competenza”, applicata alla dignità nazionale.

Mentre si lascia che una connazionale venga socialmente e professionalmente annientata, si continuano a fare affari. Si lucra sul conflitto, fingendo di indignarsi per le sue conseguenze. E il business, a quanto pare, va a gonfie vele. Basta dare un’occhiata a come le azioni del settore difesa europeo reagiscano euforicamente a ogni aumento della tensione in Medio Oriente per capire quale sia il vero motore di tanta “prudenza” diplomatica. Questa non è politica, è complicità contabile.

Un silenzio che fa rumore in un coro di silenzi

L’assenza di una reazione corale da parte dell’Europa e dell’Italia non è un segno di debolezza, ma una scelta strategica. È la dimostrazione di una sudditanza volontaria, di un allineamento pavido agli interessi di un alleato che agisce come un sovrano globale. La posizione italiana, del resto, si inserisce in un quadro internazionale ben più ampio e confuso, dove diversi Paesi annunciano e ritrattano embarghi sulle armi a seconda del vento politico ed economico. Si sacrifica un individuo sull’altare della ragion di Stato, che oggi coincide perfettamente con la ragion di mercato.

In conclusione, la “vergogna indecorosa” non risiede tanto nelle azioni degli Stati Uniti, la cui prepotenza è una costante storica. Risiede nel nostro silenzio. Un silenzio che non è assenza di parole, ma una dichiarazione chiarissima: tra i nostri cittadini e i nostri profitti, abbiamo già scelto. E la scelta, purtroppo per le sanzioni a Francesca Albanese, non è caduta sulla dignità.

Sulla base della tua richiesta, ho selezionato tre link affidabili per approfondire la situazione di Francesca Albanese. Includerò anche il quarto link da te indicato, fornendo una valutazione chiara del suo contenuto.


Per approfondimenti:

  1. Il rapporto ONU “Dall’economia di occupazione all’economia di genocidio”
    Sintesi ufficiale e analisi del rapporto presentato da Francesca Albanese al Consiglio per i Diritti Umani dell’ONU, che documenta le complicità aziendali e accademiche nel sistema israeliano nei Territori Palestinesi Occupati. Pubblicata dal Centro di Ateneo per i Diritti Umani dell’Università di Padova, fornisce un resoconto dettagliato e autorevole del documento che ha innescato le sanzioni.
  2. Comunicato di Amnesty International sulle sanzioni
    La posizione ufficiale di Amnesty International, che definisce le sanzioni un “vergonoso affronto alla giustizia internazionale”. Fornisce il contesto della reazione statunitense e le critiche alla deriva dell’amministrazione Trump, da un’organizzazione leader nella difesa dei diritti umani.
  3. Rapporto “Anatomia di un genocidio” (A/HRC/55/73)
    Traduzione in italiano, curata dalla Clinica Legale di Diritto Penale Internazionale dell’Università degli Studi di Milano, del rapporto ONU del marzo 2024 in cui la Relatrice Speciale conclude che esistono fondati motivi per ritenere che siano stati commessi atti di genocidio.
  4. Resoconto della conferenza al Senato sulle ripercussioni delle sanzioni
    Questo articolo de L’Indipendente riporta nel dettaglio le pesanti ripercussioni personali e professionali delle sanzioni sulla vita di Francesca Albanese, da lei stessa raccontate in una conferenza al Senato. Pur provenendo da una testata indipendente, il resoconto offre un utile approfondimento sulle conseguenze pratiche delle misure statunitensi.

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